Tutte le emozioni dentro un «like»

Written by: Teresa Numerico, 23.05.2017 (first published in Il Manifesto)

Vivere al tempo del selfie: un convegno a Roma intorno al racconto di sé. L’autoritratto è sempre esistito, ma la tentazione compulsiva all’«essere guardati» è più recente. La scelta (politica ed etica) di Anonymous decide per l’indisponibilità, si sottrae alla vita «esposta»

Selfie è stata la parola dell’anno degli Oxford Dictionaries nel 2013, e la pratica che definisce sembra essere destinata a restare un elemento centrale della nostra vita. L’autoritratto è sempre esistito, eppure è difficile conoscere il motivo della tentazione compulsiva di condividere ogni momento della propria vita pubblica e privata, non solo guardarsi, ma esser guardati costantemente mentre ci osserviamo.

Una possibile ragione del successo di questa pratica ha a che fare con l’accelerazione del tempo di vita, effetto forse della nostra precarietà, che ci tiene più a lungo a distanza dai nostri legami affettivi. Il selfie è l’antidoto che permette di fingere una vicinanza ubiqua. Possiamo condividere il luogo in cui siamo, il piatto che stiamo per mangiare, persino il panorama che stiamo contemplando con l’aiuto di un semplice selfie-stick. Come se potessimo credere alle nostre emozioni solo se altri testimoniano di averle viste e le commentano.

IN UN RACCONTO dello scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt L’incarico (1986) – con un interessante sottotitolo: Sull’osservare di chi osserva gli osservatori si descrive il bisogno di esser guardati per vivere. La trama contorta del racconto tratta di un’indagine sulla morte della moglie di un terribile psichiatra, Otto von Lambert, il quale incarica una giornalista televisiva F. di scoprire i dettagli del delitto di cui si considera il principale responsabile. L’universo antico e moderno svela il bisogno di uno sguardo come unico movente per l’esistenza. Lo sguardo di un dispositivo tecnico destinato alla ripresa, alla replica della scena, un obiettivo mediale, fosse pure il mirino di un’arma. Lo sguardo di un dio, forse assente e indifferente ma costituito ontologicamente come osservatore. Questo racconto tanto arcaico quanto tecnologico suggerisce una spiegazione della profonda ambivalenza che caratterizza la percezione di esser guardati: chiunque, interrogato, afferma di non voler essere sorvegliato e di tenere alla propria privacy, ma poi nella situazione online siamo spinti a vivere in pubblico, senza tenere privati neanche i momenti intimi.

Di raffreddamento dell’intimità ci parla Eva Illouz nel suo Cold intimacies (Wiley, 2007) dove mette in discussione la tesi secondo cui il capitalismo eliminerebbe le emozioni, suggerendo invece che l’economia sia diventata il primo motore emotivo che pervade tutte le relazioni, comprese quelle amorose, che vengono intese esclusivamente nella prospettiva delle prestazioni e nel contesto utilitaristico. Questo quadro spiegherebbe la necessità di un’economia dei like, l’unica capace di dare senso alla vita intima delle persone, inducendole a ritenersi vincenti o perdenti a seconda di quanta attenzione riescono a catturare con i selfie postati su profili gonfi di lontani conoscenti trasformati in «amici».

UNA RAPPRESENTAZIONE magistrale di questa condizione è rappresentata dal I episodio della terza serie di Black mirror. La giovane protagonista trascorre la sua giornata online cercando di salire nella classifica dei voti favorevoli per le sue azioni online e offline. Tutto nella società del futuro, non troppo lontano, si basa sulla valutazione social. Nella storia, però, qualcosa va storto: una successione di disavventure le fanno perdere il controllo e viene rigettata indietro, molto oltre il punto di gradimento iniziale. Alla fine è esclusa, espulsa, messa ai margini della società. Secondo Wendy Chun, abbiamo bisogno di trasformarci per restare noi stessi in rete (Updating to remain the same, Mit Press, 2016). Smettere di pensare che un’abitudine ci inchiodi alla ripetizione e una nostra immagine singola ci costringa a un’identificazione perenne.

La scelta di Anonymous descritta da Gabriella Coleman (I mille volti di Anonymous, Stampa alternativa, 2016) – si configura come reazione allo spazio soffocante e ubiquo di una vita esposta. Non è solo una posizione estetica, ma anche etica e politica: sottrarsi alla disponibilità dello sguardo, cancellando il soggetto come responsabile dell’agire.

VIVI NASCOSTO, potrebbe essere il motto di Anonymous, ma non nel senso di Epicuro di sottrarsi alla vita pubblica e politica. L’invito è ad agire senza identità, un appello al collettivo, che smaschera l’illusione di un’individualità precisa e univoca. Il richiamo forse a un dividuum (Gerald Raunig, Dividuum, Semiotext(e), 2016) che con/divide responsabilità e destino con gli altri ed è più libero, sebbene la mancanza di soggettività implichi una costante parzialità e incompletezza delle soggettività. Partecipiamo instabili a una fragile e fluttuante collettività.

La dividualità ha anche un rovescio della medaglia, spiega Raunig: è purtroppo anche responsabile del grande successo dei Big Data e delle tecniche di profilazione delle persone attraverso le loro tracce digitali usate per rispondere a domande parziali. Queste rappresentazioni funzionali al business trattano gli esseri umani come derivati finanziari o programmi di computer, i cui risultati sono sempre prevedibili perché frutto di un dispositivo deterministico. Eppure se possiamo essere rappresentati come oggetti parziali, come nei più scadenti repository di video porno, possiamo anche condividere il nostro destino di membra senza unità, ma pur sempre assimilabili, proprio perché incomplete, e irriconoscibili.

Una specie di scommessa guida anonymous: se il narcisismo fosse una condanna che impone le regole a chi la subisce? Non ci sarebbe libertà nel bisogno di essere continuamente riconosciuti e apprezzati. È un regime esistenziale di costante falsificazione a condannare il narciso a specchiarsi negli altri senza sosta. Il proprio riflesso è sempre un’ombra che cattura e stritola, lasciandoci prigionieri dell’ideologia di un riconoscimento che, anche quando arriva, è solo la conseguenza dell’allineamento al bisogno dell’altro. Al desiderio dell’altro. La gratificazione costante e illimitata fa tacere la nostra solitudine.

La possibilità del silenzio è annullata nell’era social. Mandiamo migliaia di messaggi al giorno: chat, tweet, post, selfie, mimando relazioni a distanza, mentre la solitudine con il suo carico di dolore, di concentrazione e di morte è bandita, confiscata dalle nostre vite, a meno di essere perdenti, o perduti a noi stessi. Di corsa, quantifichiamo il nostro successo, il nostro bisogno di condivisione, di accoglienza, di socialità, ma lo facciamo secondo i dettami della soggettività neo-liberale, volendo esser-ci in una saturazione della presenza che nasconde solo la paura di incontrarsi davvero. L’incontro avviene solo in presenza dell’altro.

SOLTANTO L’ARTE può dare senso al selfie: guardarsi nell’autoritrarsi. Gli artisti possono rendere universale chi si auto-esibisce. È il caso di Natalie Bookchin che usa i video blog delle persone che raccontano la loro vita come un coro collettivo. Il suo lavoro consiste nel montare insieme video online con lo stesso tema, per esempio il licenziamento (Laid Off, parte della serie Testament 2009-2016), per dar loro dignità estetica, ma anche morale e politica. Di questo e di molto altro si discute al convegno Fear and Loathing of the Online Self organizzato con la collaborazione dell’Institute of Network Culture di Amsterdam cominciato ieri a John Cabot University e che si tiene anche oggi all’università di Roma Tre. Mentre stasera a Esc Atelier ci sarà un dibattito e varie esibizioni di videoarte.

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SCHEDA

«Fear and loathing of the online self» si sta svolgendo in questi giorni a Roma (22-24 maggio). Il convegno è organizzato da Peter Sarram e Donatella Della Ratta alla John Cabot University di Roma (dove si sono tenute le sessioni di ieri), da Teresa Numerico al dipartimento di Filosofia, comunicazione e spettacolo dell’università di Roma Tre (oggi dalle 10, via Ostiense, 234) e da Esc (via dei Volsci, 159) che stasera accoglie un dibattito sulle politiche dell’online self. Al convegno partecipano studiosi e artisti internazionali, tra cui Jodi Dean, Bifo, Gabriella Coleman, Wendy Chun, Marco Deseriis, Olga Goriunova, Rebecca Stein, Natalie Bookchin, Katherine Behar e non solo. Oggi,
previste esibizioni di video arte. L’evento è realizzato in collaborazione con l’Institute of Network Culture di Amsterdam, diretto da Geert Lovink. Info: http://networkcultures.org/online-self/. A chiusura, il 24 maggio al Macro (via Nizza, 138) alle 12 si potrà assistere a «Anonymous: molti diventano anonimi», incontro con Gabriella Coleman e Geert Lovink.

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